Dott.ssa Sara Bonacini - Diete e piani alimentari personalizzati, consulenza nutrizionale

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Cibo per l’anima: nutrire il sè per la propria salute

Il tanto tempo a disposizione ci permette di fermarci ad osservare quello che succede intorno a noi e fuori da noi. Mai come in un periodo di forte stress e incertezza per il futuro si possono notare emergere le paure ataviche dell’essere umano: morire di fame è una di queste. Ognuno di noi in modo più o meno consapevole l’ha sperimentata: nei discorsi quotidiani si sente spesso dire che si “morirà di fame” o dovremo stare a “pane e acqua”, in senso metaforico certo…peccato che la mente inconscia non conosca metafore. Essa ragiona nel presente e nella affermazione per cui se io penso o pronuncio una di queste frasi, l’immagine che si crea dentro di me è proprio questo scenario di sofferenza che produce reazioni nel mio corpo: paura, ansia, agitazione, malessere in qualche parte del corpo (peso allo stomaco, sensazione di avere il “cuore in gola”, bocca secca) e reazioni tali da farmi stare male come se quell’evento stesse accadendo davvero. Se ci pensiamo bene però questa paura non ha molto di fondato perché se siamo arrivati a questo punto è anche grazie al fatto che il cibo è stato tutto tranne che carente nella nostra vita quotidiana. Avere paura di morire di fame ha molto a che fare con la tendenza ad accumulare (soldi, oggetti, frequentazioni, beni) propria della nostra società. Ecco che vediamo uscire dai supermercati  persone con carrelli strapieni di cibo, spesso a lunga scadenza quindi nutrizionalmente morto. Se ci fermassimo un attimo a riflettere, capiremmo l’assurdità e la nocività di tutto questo: abbondanza di cibo ipercalorico quando si è costretti a muoversi molto meno, in preda a sentimenti negativi non può che portare ad iperalimentarsi. Inoltre questa insensata corsa all’approvvigionamento determina poi difficoltà per gli altri nel trovare l’indispensabile.

Il mantra occidentale è se non possiedi, non esisti. Se non accumuli consensi, followers, clienti, pazienti, amici o presunti tali, semplicemente non SEI e non essere riconosciuto dall’altro è devastante. Evidentemente se siamo al punto in cui ci troviamo, questa non è la strada giusta. Ecco perché parlare di cibo non ha a che fare solo con il cibo, inteso come ciò che portiamo alla bocca. Feuerbach diceva “siamo quello che mangiamo” e in effetti non può che essere così: quello che introduco nel mio corpo attraverso l’atto di mangiare finisce per nutrire le mie cellule, creare i miei tessuti e diventare letteralmente parte di me. Poiché la mente non è altro che una “parte” di corpo, si può però mangiare anche in modo diverso, ricavando nutrimento da quello che leggiamo, guardiamo, ascoltiamo, pensiamo e assorbire informazioni che ci trasformano profondamente.

Posso scegliere se subire passivamente il bombardamento mediatico del terrore o concentrare la mia attenzione su come posso contribuire a creare “cibo” migliore. Quando le restrizioni si ridurranno è impensabile tornare alla normalità perché quella realtà non sarà e non dovrà più essere normale, quindi come posso nel mio piccolo migliorare la situazione? Per fortuna o purtroppo tutti siamo indissolubilmente uniti e tutte le mie scelte hanno una ripercussione sugli altri: se scelgo di fumare non danneggio solo me stessa ma inquino e danneggio fortemente gli altri, se non mi curo del mio stile di vita e mi ammalo (diabete, obesità ecc) non faccio del male solo a me stessa ma, oltre a gravare sulla spesa sanitaria pubblica, divento a tutti gli effetti un soggetto più fragile e, come stiamo vedendo molto bene in questo periodo, posso arrivare a limitare fortemente la vita e le libertà individuali di tutti. Per capire questo però bisogna aver compreso bene che è necessario assumersi la responsabilità della propria salute e di conseguenza malattia. Bisogna uscire dal pensiero comune che la malattia ci capiti come un fulmine a cielo sereno, che sia colpa della sfortuna o del caso. Ovviamente le variabili sono molte, non tutte sono controllabili ma molte sì: invece di focalizzarci sulle poche che sono fuori dal nostro controllo (non posso fare niente contro un pirata della strada) non è forse meglio concentrarci su quello che possiamo cambiare? Che senso ha rispondere che poiché c’è l’inquinamento allora tanto vale mangiare male, non muoversi e assumere farmaci? Non sarebbe più costruttivo chiedersi come posso fare per rendere il mio corpo meno suscettibile agli insulti esterni? Cosa posso mettere in atto oggi, concretamente, per ridurlo quell’inquinamento? È molto più semplice dare la colpa a qualcosa di esterno: ora che ne abbiamo la possibilità proviamo a guardare dentro di noi.

Foto di Silviarita su Pixabay https://urly.it/358jt


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